venerdì 5 marzo 2010

Soverato si prepara per dire il suo no alla mafia

L'Associazione Volontari Capitano Ultimo annuncia una nuova tappa della Festa della Legalità per continuare il progetto già avviato con le due precedenti tappe importanti a Palermo a Gagliato e che ora unirà sotto un unico intento Soverato e Reggio.
«Vogliamo cogliere l'occasione di una serata di musica e spettacolo per proporre un momento di riflessione sui valori della legalità di cui si parlerà fuori da ogni retorica - spiega don Giovanni Signorello, rappresentante dell'Associazione - dando voce alle testimonianze di chi si batte ogni giorno per allontanare logiche di malaffare che affliggono la nostra come altre regioni».
Obiettivo della manifestazione è la raccolta fondi per la costruzione e l'avviamento della casa famiglia in progetto a Roma.
A questa serata di musica parteciperanno diversi artisti che nelle ultime ore stanno aderendo all'iniziativa.
Un evento che in diretta telefonica darà voce anche al Capitano Ultimo.

La favola di Jò Falco e del Capitano Luce

Il Buon Dio stanco di vedere che molte cose non andavano per il verso giusto, un giorno decise di mandare un aiuto sulla terra per contrastare il potere arrogante e devastante del terribile Mafo.
Mafo era una forza subdola e oscura che si impadroniva del cuore dell’essere umano e lo faceva diventare cattivo, entrava nella vita delle persone e le rendeva infelici, le persone infelici diventavano a loro volta persone grigie e più passava il tempo da grigio chiaro diventavano grigio scuro scuro. Questo colore grigio cominciò dapprima ad invadere un lembo di terreno e con il passare del tempo si estese talmente tanto da arrivare da un continente all’altro attraversando i mari e i monti.
In soccorso delle persone buone arrivò in un bel giorno colorato Jò Falco, era un inviato molto speciale e attraverso il suo occhio di “falco” riusciva a trovare Mafo ovunque si nascondesse. Siccome il lavoro da fare era molto, Jò Falco si cercò un aiutante, lo trovò nel Capitano Luce il più audace e valoroso guerriero di luce in circolazione.
Jò Falco amava molto i bambini e tutto il suo lavoro aveva lo scopo di garantire loro un mondo senza Mafo.
“Omertà” spiegava, "non significa appartenere ad un gruppo ma permettere che Mafo continui ad agire invisibile a tutti".
L’inviato molto molto speciale aveva capito che il punto debole di Mafo era la luce, la chiarezza, difatti se tutti i bambini quando lo intravedevano o lo percepivano nell’oscurità lo chiamavano a viva voce e lo denunciavano “ Ecco Mafo, è lì che è nascosto “, egli indebolito si dissolveva per le grida cristalline che provenivano dal cuore buono e senza macchia dei bambini.
Jò Falco e il Capitano Luce avevano conosciuto strada facendo, molti amici impegnati come loro, nella lotta al perfido Mafo che con i suoi tentacoli sbucava sempre da qualche parte.
Ma loro lo trovavano sempre e ogni volta la battaglia si faceva sempre più difficile.
Un brutto giorno di maggio, Mafo riuscì a colpire Jò Falco.
Lo colpì così duramente che insieme a lui molte persone furono colpite e molti cuori furono spezzati.
Quel giorno le lacrime di molte persone, di tante brave persone, innaffiarono una piccola piantina che divenne improvvisamente un albero forte e maestoso, l’albero Falcone.
I bambini per parlare con Jò Falco vi appendevano i loro disegni, le loro lettere e poesie.
Lo spirito di Jò Falco che viveva nell’albero era ben lieto di rispondere loro e a volte anche un po’ si arrabbiava con chi lo piangeva troppo, a volte faceva cadere qualche fogliolina, a volte spostava un ramo, altre volte invece chiamava il suo amico Vento a soffiare nei capelli delle persone che si accostavano all’albero con il cuore gonfio di lacrime e sussurrava loro :”Io vivo, Io sono nelle vostre parole, nei vostri gesti, quando lottate, quando cadete, quando non avete forza di rialzarvi perché vi fa male il cuore e le ginocchia. Io ci sono. Io sono con voi".

Le finalità educative della costituenda casa famiglia per minori "Capitano Ultimo"

Sul Progetto Educativo Globale della Casa famiglia per minori "Capitano Ultimo", che può essere considerato una "dichiarazione di intenti", è stata prestata particolare attenzione nel mettere in evidenza ciò che caratterizza la Casa famiglia rispetto a tutte le altre già esistenti. Di seguito un estratto di tale progetto.
(...) Ambito territoriale Il territorio nel quale è situata la Casa famiglia “capitano ultimo” racchiude molte delle problematiche sociali tipicamente presenti nelle periferie urbane, caratterizzate da un degrado socio-culturale ed ambientale tale da considerarlo un territorio ad alto rischio di devianze per i soggetti che vi risiedono, con conseguente ripercussione negativa anche nel processo di crescita dei minori, che conducono spesso una vita inidonea ad un sano sviluppo. E’ infatti un territorio dove convergono le più diffuse forme di emarginazione, discriminazione e ghettizzazione che agiscono come fattori criminogeni alimentati dalla presenza di campi nomadi, di fenomeni di immigrazione clandestina, di prostituzione e di tossicodipendenza (sia nel consumo che nello spaccio), con una rilevante casistica di estorsioni, furti, rapine e altri reati predatori. In tale contesto l’Associazione “volontari capitano ultimo” onlus svolgerà un’importante funzione di sensibilizzazione, di educazione e di sostegno a favore della comunità presente sul territorio, organizzando eventi di solidarietà e formativi, ove possibile con la partecipazione dei minori ospiti della Casa famiglia e, più in generale, del network delle Case famiglia, che deve diventare qualificato ammortizzatore di conflitti sociali. Destinatari e finalità La Casa famiglia “capitano ultimo” (di seguito solo “Casa famiglia”) è una struttura a ciclo residenziale che accoglie minori di ambo i sessi, nella fascia di età compresa dai 6 ai 18 anni, sia italiani che stranieri. Il servizio è prestato per un numero massimo di 8 minori (6 + altri 2 per eventuali esigenze di urgenza/pronta accoglienza), orfani e/o per i quali la permanenza nel proprio nucleo familiare sia temporaneamente o permanentemente impossibile in quanto considerata pregiudizievole per la loro crescita e realizzazione, ed in particolare verso quei minori i cui genitori si trovino in stato di detenzione carceraria. La Casa famiglia si rende inoltre disponibile anche all’accoglienza diurna di minori, segnalati dai Servizi Sociali, come azione preventiva. La Casa famiglia si propone altresì come struttura Socio Educativa per l’ospitalità di minori committenti reati, quale possibile alternativa alla pena detentiva, che si svolgerà secondo le prescrizioni e nelle modalità disposte dalla competente Autorità. L’inserimento all’interno della Casa famiglia è temporaneo ed ha, in ordine di priorità, le seguenti finalità: - il rientro nella famiglia di origine, in rispetto del diritto del minore a crescere all’interno della propria famiglia. Questo comporta un lavoro di collaborazione con gli altri soggetti istituzionali coinvolti nell’affiancamento della famiglia di origine, in vista della risoluzione dei motivi che hanno portato all’affido e del conseguente rientro del minore in famiglia; - l’affidamento familiare, nelle varie forme possibili; - l’adozione, nel caso in cui il rientro nella famiglia di origine venga dichiarato permanentemente impossibile; - il raggiungimento dell’autonomia, con la maggiore età, nel caso in cui nessuna delle ipotesi precedenti sia percorribile; - il recupero dei minori deviati. Per quanto possibile, quindi, la Casa famiglia cercherà di capire, collaborare ed aiutare anche il nucleo familiare in difficoltà, interagendoci e facendo in modo che esso rappresenti comunque un punto di riferimento affettivo, nonostante la separazione tra i membri del nucleo stesso e le eventuali carenze culturali ed educative dei genitori. Obiettivi educativi e sociali In ogni minore accolto nella Casa famiglia si favorirà il processo di crescita e realizzazione, considerando le personali tendenze, sensibilità e motivazioni. Il periodo di permanenza nella Casa famiglia sarà teso a favorire in ciascun minore lo sviluppo di tutte le sue potenzialità, che altrimenti rimarrebbero mortificate dalla sua condizione di disagio, mediante interventi graduali e calibrati sulle possibilità della persona e della famiglia di appartenenza. L’obiettivo principale è costituito dall’affermazione dei valori della legalità, attraverso un percorso formativo focalizzato sull’impegno sociale e sulla solidarietà nei confronti dei minori ospiti della Casa famiglia, nella prospettiva di farli diventare attori e promotori degli stessi principi a favore della società civile. Pertanto, il percorso formativo che la Casa famiglia si propone di conseguire nel lungo periodo è quello di costituire la stessa sua èquipe educativa con soggetti specializzati provenienti dal network delle Case famiglia. La Casa famiglia si concepisce quindi come avanguardia propositiva di iniziative educative ed eventi di raccolta fondi a favore di tutto il network delle Case famiglia, anche di Paesi stranieri. Infatti si vogliono utilizzare le situazioni di abbandono e di disagio sociale quali strumenti di incontro, di conciliazione e di pace. L’azione educativa privilegerà quindi la trasmissione di una cultura della legalità, della solidarietà e della tutela dell’ambiente, attraverso attività ed iniziative a tal fine organizzate da qualificati volontari esperti in scienze ambientali e da volontari che hanno avuto esperienze dirette in attività di contrasto alla criminalità organizzata ed ambientale dell’Associazione “volontari capitano ultimo” onlus. Tali attività saranno organizzate anche a favore del mondo della scuola e del network delle Case famiglia. Si cercherà di proporre una cultura: - della legalità, in contrapposizione alla cultura dell’illegalità di cui, molto spesso, i minori ospiti sono vittime e in cui molto spesso sono immersi; ambiente degradato che mette gli stessi minori a rischio di devianza se rappresenta l’unico esempio e soluzione a loro disposizione; - della solidarietà, come strumento principale di contrapposizione ad ogni prevaricazione ed ogni abuso, per la diffusione di quei principi di rispetto per l’altro, per la vita e per la dignità umana che devono rappresentare l’obiettivo strategico della nostra società attraverso un percorso che valorizzi il rispetto dei principi della civile convivenza tramite la conoscenza delle regole, della dignità, delle individualità e delle diversità. E’ previsto un percorso di conoscenza e di scambio tra culture e tradizioni diverse, con la realizzazione di eventi che vedranno, ove possibile, anche la collaborazione dei minori ospiti della Casa famiglia e durante i quali saranno raccolti fondi a favore delle Case famiglia di Paesi stranieri, con le quali verranno stipulati specifici gemellaggi. E’ inoltre previsto un percorso di tipo formativo-produttivo per tutti i ragazzi ospiti della Casa famiglia, per i quali verranno svolti corsi di formazione professionale per il futuro avviamento al lavoro, nell’intento prospettico di assumerli nelle attività d’iniziativa sociale e didattica che si svolgeranno nella Casa famiglia. Verranno inoltre insegnati loro alcuni mestieri artigianali (tessitura, cucitura, lavorazione del cuoio, del ferro, del rame e del legno, etc.) che li mettano in condizione di realizzare dei prodotti da poter commercializzare. Ciò al fine di aiutare i minori a sviluppare un’autonomia anche materiale, oltre che emotiva, per garantirsi un’indipendenza economica di tipo legale, un’alternativa alla più facile via della devianza, soprattutto per quei casi in cui una volta raggiunta la maggiore età i ragazzi non siano stati reinseriti nella famiglia di origine, né adottati ove dichiarati adottabili. L’educazione alla tutela e cura dell’ambiente avverrà attraverso una didattica specifica sull’ambiente, sulla sua importanza e sulla necessità della sua protezione, con l’allestimento di percorsi naturalistici, lo studio delle biodiversità e delle specie autoctone italiane. Le attività di educazione ambientale si sviluppano su diversi laboratori didattici presenti nell’area circostante la Casa famiglia, la cui fruizione è aperta anche all’intero network delle Case famiglia ed al mondo delle scuole: - un’area specifica è stata adibita, a cura della Coldiretti, ad orto didattico e a frutteto delle specie “dimenticate”; - un’altra area è stata destinata al ricovero di uccelli rapaci diurni e notturni. La partecipazione dei minori affidati alle Case famiglia, ed in via prioritaria di coloro che al compimento della maggiore età non siano stati adottati né reinseriti nella famiglia di origine, ha una finalità formativa oltre che didattica, in quanto questi soggetti potranno un domani costituire il nostro corpo docente definivo per l’educazione ambientale, alimentando lo sviluppo di funzioni e ruoli di peer education. (...)
Tratto da Associazione Volontari Capitano Ultimo Onlus

Il male viene da chi ti tradisce

Non deve essere stato facile per Sergio De Caprio, condannato a morte da cosa nostra, quando, lo scorso luglio, gli è stata tolta la scorta, ora ripristinata ma, in un primo momento "sostituita" da quella volontaria e in forma privata offerta dai suoi colleghi.
Lui ringrazia i suoi uomini, ma si muove da solo, e a chi gli chiede se non abbia paura risponde così: "La paura serve, bisogna conviverci, ma il male viene da chi ti accoltella alle spalle, da chi ti tradisce, non da chi ti aspetta per spararti".
Oggi Ultimo continua ad essere "invisibile". Chi lo frequenta dice che le cicatrici non si cancellano, ma che ora ha ricominciato a guardare avanti.

Il capitano 'Ultimo' riparte dal Noe e lavora nel sociale

Una casa famiglia per ragazzi disagiati, figli di detenuti o immigrati in difficoltà, insomma per gli "ultimi": da qui riparte il capitano 'Ultimo', cioè il Colonnello Sergio De Caprio.
Oggi il capitano Ultimo è alla guida del Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri ed è impegnato contro ecomafia ed ecoterrorismo, ma combatte anche fuori dall'Arma, con una sua fondazione, www.fondazionecapitanoultimo.it, che si occupa di sociale. Molto è già stato fatto, grazie all'aiuto della Nazionale Cantanti e di Raoul Bova, che ha interpretato Ultimo in Tv, ma il lavoro è ancora lungo.
Ci saranno anche un ristorante sociale, una foresteria che potrà ospitare un centinaio tra donne maltrattate e soggetti deboli e tanti laboratori artigianali, affinché i ragazzi possano imparare un mestiere. E poi il campo di calcio della Nazionale cantanti, un orto "tipico" creato da Coldiretti da aprire alle scuole, e luoghi dove, a partire dall'inaugurazione di marzo prossimo, si insegnerà la legalità.

Mafia: la procura di Palermo riapre l'inchiesta su Massimo Ciancimino

La Procura della Repubblica di Palermo ha riaperto l'inchiesta per associazione mafiosa nei confronti di Massimo Ciancimino, gia' avviata nel 2002 e archiviata nel 2007. La sua nuova iscrizione nel registro degli indagati e' un atto dovuto dopo che lo stesso Ciancimino ha ammesso di aver fatto da postino di messaggi indirizzati al boss corleonese Bernardo Provenzano da suo padre Vito, l'ex sindaco di Palermo morto nel 2002 dopo essere stato condannato per mafia, e ora indicato da suo figlio come intermediario della presunta trattativa tra Cosa Nostra ed esponenti delle istituzioni. Nei mesi scorsi, a piu' riprese, Massimo Ciancimino ha consegnato al procuratore aggiunto Antonio Ingroia e ai pm Nino Di Matteo, Paolo Guido e Roberto Scarpinato, i 'pizzini' che aveva conservato e che custodiva in una cassetta di sicurezza all'estero. Ciancimino ha inoltre fornito ai magistrati il cosi' detto 'papello', cioe' la lista di richieste che Toto' Riina aveva messo a punto come condizione per cessare l'offensiva stragista contro lo Stato e che Vito Ciancimino aveva poi rimaneggiato. Contrariamente a quanto ritenuto dalla Procura nel 2007, quando Massimo Ciancimino era stato considerato uno stumento inconsapevole di suo padre, i pm ora ipotizzano un suo ruolo attivo al servizio di Cosa Nostra anche in relazione ai contatti da lui tenuti con un mai identificato agente 'deviato' dei servizi segreti che avrebbe avuto un dialogo diretto con Provenzano. Ciancimino, condannato in appello a tre anni e sei mesi per riciclaggio e fittizia intestazione di beni nell'ambito del processo sul 'tesoro' del padre, e' attualmente indagato anche dalla Procura di Ferrara per associazione a delinquere finalizzata alla truffa e all'evasione fiscale.
(Agi)

Fondazione Capitano Ultimo Onlus

La Fondazione Capitano Ultimo Onlus nasce dall’incontro professionale, sfociato poi in una grande amicizia, fra Raoul Bova e Sergio De Caprio.
Durante le riprese dei tre episodi della serie televisiva “Ultimo”, si è infatti consolidata l’intenzione di dar vita ad una Fondazione con il preciso scopo di promuovere e sostenere una vera e propria “Cultura della Legalità e della Solidarietà”.
Ora la Fondazione Capitano Ultimo Onlus in associazione con la Fondazione Parco della Mistica hanno un progetto ambizioso ovvero la realizazione di un Campus Produttivo della Legalità e Solidarietà.
Il Capitano Ultimo e Raoul Bova ancora insieme nella voglia di lottare con gli ultimi per strappare la periferia e la strada al degrado ed alla violenza criminale. Quella strada dove i giochi e i colori costruiscono un’umanità fragile e forte fatta di sogni e di speranze che devono fiorire, nel rispetto degli altri.
"Uniti saremo un esercito invincibile da opporre ad ogni violenza ed abuso".

Il capitano Ultimo racconta 'La paura sul volto di Riina'

«Non ci sono ma è come se ci fossi». La voce del capitano "Ultimo" risuona al Palauditore subito prima che Gigi D' Alessio concluda la serata con la sua "Non mollare mai". All' uomo che il 15 gennaio di diciassette anni fa stese una coperta sulla testa di Totò Riina, mettendo così fine alla lunghissima latitanza del capo di Cosa nostra, hanno ridato la scorta, sconsigliandogli però di tornare a Palermo. Una cattura storica. Ma di quel giorno indimenticabile Sergio De Caprio, il capo di quella squadra di "cacciatori" che mise le manette ai polsi di Riina e che venerdì scorso si è ritrovata a Palermo per una serata di beneficenza per inaugurare la casa famiglia fondata dall' Associazione volontari capitano Ultimo, ricorda soprattutto una cosa, la paura di Totò Riina. «È la cosa che più mi ha colpito, non aveva capito che eravamo carabinieri, che lo stavamo arrestando. Aveva paura di essere ucciso. Aveva gli occhi della paura, aveva terrore di morire. Mi ha sorpreso, per certi versi anche deluso». "Sbirulino" fu il nome in codice di Totò Riina nell' operazione che alle nove del mattino del 15 gennaio del ' 93, alla rotonda di via Leonardo da Vinci, portò alla cattura del boss appena uscito dalla villa di via Bernini dove abitava da tempo con tutta la famiglia. Quegli attimi indimenticabili, De Caprio li racconta così: «Non eravamo affatto convinti di prendere Riina, per noi, per la mia squadra quel giorno era un giorno di normale operatività, eravamo attenti e concentrati come sempre, senza alcuna particolare enfasi. Non c' era assolutamente certezza di niente, non sapevamo cosa sarebbe accaduto. Fino a quando "Ombra", il mio uomo nella "balena" (il furgoncino posteggiato davanti alla villa di via Bernini) insieme a Balduccio Di Maggio non ci segnala che Biondino stava entrando in auto nel comprensorio di via Bernini. Di quell' uomo, che per altro chiamavamo con il nome sbagliato Biondolillo, sapevamo che era uno dei contatti di Riina. Poi, ricordo benissimo le parole di "Ombra": "Attenzione, c' è anche Sbirulino". Avevamo scelto quel nome nel caso in cui le nostre conversazioni fossero intercettate da qualcuno. Pochi secondi, abbiamo agito con lucidità, abbiamo localizzato, agganciato, seguito la macchina nel traffico della rotonda di via Leonardo da Vinci. C' erano i vigili nel gabbiotto, una pattuglia della polizia più avanti, gli abbiamo messo una macchina davanti e una dietro, più una macchina di copertura, abbiamo aspettato che il semaforo diventasse rosso e siamo entrati in azione: due da uno sportello, due dall' altro ed era finita». Di bocconi amari, in questi 17 anni, De Caprio ne ha ingoiato più d' uno ma «quello che mi resta - dice - è una grande sensazione di vuoto e un senso di amore irrazionale per quelli che vivono in questi quartieri di Palermo che io amo come amo tutta la Sicilia e i siciliani».
La squadra di quel gennaio ' 93 si è sfaldata ma è rimasta unita nell' azione per la legalità. Per questo, venerdì sera, insieme all' allora vicecomandante del Ros Mario Mori, Arciere, Vichingo, Omar, Oscar, Pirata, Nello, Barbaro, Aspide, Ombra hanno voluto essere presenti a quella festa della legalità. Con l' intervento al telefono del capitano "Ultimo": «Cosa nostra deve essere combattuta militarmente e monitorata nel suo substrato sociale. Per questo serate così sono importanti, fare solidarietà è fare legalità». Si ritiene, comunque, un uomo «privilegiato». «Ho conosciuto Falcone e Borsellino - dice - ma anche tanti marescialli umili che mi hanno insegnato molto e che hanno lavorato per la gente e tutto questo mi ha dato la forza di andare avanti nei momenti più difficili».
Tratto da un articolo di A. Ziniti

Capitano Ultimo torna a Palermo per la Festa della Legalità

Il Capitano Ultimo non è superstizioso, eppure sa bene che Palermo gli ha riservato più grane che gloria. Diciassette anni dopo la cattura del boss Totò Riina, Sergio De Caprio e la squadra Crimor dei carabinieri che lo arrestò tornano nel capoluogo siciliano. Ci saranno tutti: Arciere, Vichingo, Omar, Oscar, Pirata, Nello, Barbaro, Aspide, Ombra. I nomi in codice dei componenti di quel gruppo superspecializzato che riuscì ad arrestare il capo di Cosa Nostra. E sarà presente pure Mario Mori, il generale che allora li guidava. L'appuntamento è per questa sera al Palauditore di Palermo, per la Festa della Legalità. L'obiettivo è raccogliere fondi da devolvere all'associazione di volontariato che porta proprio il nome di Ultimo: le somme saranno destinate a una casa famiglia del quartiere romano del Prenestino, dove saranno ospitati ragazzi difficili, i figli dei carcerati, "i più deboli... gli ultimi".
Via: SiciliaInformazioni

Ridata la scorta a Capitano Ultimo

Gli avevano tolto la scorta qualche mese fa, senza un motivo apparente. 120 carabinieri si erano offerti di vigilare su di lui nel loro tempo libero e ora il comitato per la sicurezza personale ha fatto marcia indietro. Capitano Ultimo, l’uomo che nel 1993 ha arrestato Totò Riina, ha riavuto la sua scorta e ora non sarà più costretto a girare per strada da solo.
La notizia della nuova scorta per il colonnello Sergio De Caprio arriva da Studio Aperto, il telegiornale di Italia Uno diretto da Mario Giordano, che in un servizio esclusivo firmato da Enrico Fedocci ha mandato in onda il testo dell’ordinanza firmata dal prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro.
"L'ufficio centrale interforze per la sicurezza personale - si legge nella circolare - ha disposto per il colonnello Sergio De Caprio l'istituzione della misura della scorta su autovettura di servizio, con decorrenza immediata". Era stato lo stesso tg di Italia Uno a denunciare ai primi di ottobre che all’ufficiale dei carabinieri era stata revocata la sicurezza. I giornali ripresero la notizia e scoppiò un caso. A tal punto che 120 carabinieri di Palermo si offrirono volontari per scortare l’ufficiale nel loro tempo libero e con le auto private.
Una patata bollente per il Comando Generale che fra mille imbarazzi non commentò la notizia. Grande soddisfazione è stata espressa dall’onorevole Nino Germanà, del Pdl, firmatario assieme a decine di colleghi, di una interrogazione parlamentare: “E’ una vittoria dello Stato, Capitano Ultimo è un eroe che va tutelato”

Per nulla Ultimo

È bastato che si riparlasse delle stragi di mafia, che ritornassero alla mente le morti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, per far scattare Capitano Ultimo. Si è ribellato a chi, con le rivelazioni di Massimo Ciancimino, metteva in dubbio le sentenze e il lavoro di uomini che hanno sacrificato la loro vita per combattere boss e ha detto: "Le dichiarazioni di Ciancimino sull’arresto di Riina sono l’ennesima aggressione di stampo mafioso. Ma la cosa più grave è che ci sia qualcuno all’interno delle istituzioni che legittima questo servo di Riina". È così Sergio De Caprio, alias Capitano Ultimo: lui non le manda a dire.
Sul presunto accordo tra Bernardo Provenzano e lo Stato per la cattura del capo dei capi, evocato dal figlio di Vito Ciancimino, il colonnello dei carabinieri ha detto la sua.
De Caprio è un ribelle, uno che non piega la testa davanti al sopruso, alla costrizione, a ciò che non capisce. È uno che chiede "Perché?". Rispetta solo chi stima, obbedisce solo a chi crede giusto. Rispettava Falcone e Borsellino e ne ha onorato la memoria combattendo la mafia. Sono stati i risultati investigativi a salvarlo dalle conseguenze di questo essere controcorrente: sua la Duomo connection, l’operazione che nel 1989 ha svelato le collusioni tra politica e mafia corleonese in Lombardia; suoi gli arresti di numerosi latitanti. Fino alla cattura di Totò Riina, a Palermo. Ma neppure i complimenti e le “celebrazioni” addomesticano De Caprio.
"Paperoni", "Giacche blu" sono alcuni degli epiteti con cui bolla i burocrati che vogliono fare carriera a tutti i costi. Ha scelto un nome in codice che ne sottolinea la distanza: "Se loro vogliono essere i primi, io, allora, sono l’ultimo. Il potere non è un privilegio e il comando degli uomini è esempio. Al di fuori di questa linea io mi ribello". Ribelle nel pensiero ma anche nella forma: non indossa la cravatta, solo una sciarpa indiana e i capelli sono a mo’ di codino.
Nel 1997 Crimor, il reparto da lui fondato, viene soppresso. Lui scrive parole di fuoco che finiscono sui giornali. "L’egemonismo burokratico celebra se stesso e il suo potere di sovrastruttura fine a se stessa. È l’ora di ripiegare soggettivamente su posizioni alternative. Uscendo dai percorsi di lotta alla criminalità mafiosa sento il dovere di ringraziare quegli uomini valorosi con cui ho avuto il privilegio di vivere combattendo".
A luglio scorso gli viene revocata la scorta, nonostante le dichiarazioni dei pentiti che parlano di pericolo per la sua vita. Lui fa spallucce e, per non diventare un facile bersaglio, compra un motorino e si sposta con quello. È fatto così De Caprio. Per nulla Ultimo.

Festa della Legalità

L'informazione tradita

Esiste uno schieramento di "professionisti" dell'antimafia che appena possono spandono dubbi e velenose insinuazioni sulle modalità che hanno portato alla cattura di Riina Salvatore. Insinuano accordi sottobanco con mafiosi e cose simili.
Questa aggressione unilaterale promossa da settori della stampa deviata ed al servizio del padrone di turno, merita una risposta.
Le aristocrazie servili continuano l'attacco a chi combatte la mafia. Il problema è capire chi arma la penna dei nuovi killer di giustizia. Chi arma le offese dei raffinati maestri che insinuano, espongono alla vendetta mafiosa semplici soldati del popolo, carabinieri straccioni che non hanno nessuno alle spalle se non il loro amore per il popolo e per la giustizia. Quali lobby sostengono questa campagna diffamatoria e denigratoria contro gente semplice che non si nasconde dietro la divisa? Perché vogliono isolare chi è un bersaglio della mafia?
Non c'è onore in questa aggressione. Parlate bene, scrivete bene, parole velenose e alle spalle, eppure in tanti anni non vi ho mai incontrato nelle strade di Corleone o di Bagheria a combattere la mafia e i mafiosi, a rischiare la pelle dove si muore per niente.
"Tradire Gesù non ha costituito reato", state tranquilli, rimarrete impuniti, il potere è con voi.
Voi siete gli splendidi nani del potere che opprime.
Noi solo i sogni ribelli.

ULTIMO

Capitano Ultimo e l'arresto di Totò Riina

Il Capitano Ultimo, ora colonnello dei carabinieri, è allenato a vivere mimetizzato da quando Cosa nostra lo ha condannato a morte diciassette anni fa. Dal giorno in cui con i suoi ragazzi della Crimor, dopo duecento giorni di indagini, appostamenti e notti insonni bloccarono dentro al traffico di Palermo l'auto su cui viaggiava Toto Riina, gli spalancarono la portiera, lo sfilarono dal sedile, lo stesero sull'asfalto a faccia in giù, gli dissero "Salvatore Riina, lei è in arresto per mano dei Carabinieri!" e gli serrarono le manette ai polsi dopo 23 anni, 6 mesi e 8 giorni di latitanza.
Era il 15 gennaio 1993. Ore 8,55. Uscita del condominio di via Bernini 54. Hanno appena fotografato la piccola Citroen guidata da Salvatore Biondino, che scivola con passeggero a bordo in mezzo alle quattro auto appostate lungo le vie di fuga. Aspettano quell'auto da due giorni. Da quando il pentito Balduccio di Maggio ha riconosciuto, in una registrazione filmata davanti a quei cancelli, Ninetta Bagarella, la moglie di Riina. I ragazzi di Ultimo presidiano quell'uscita da dentro la Balena, un furgone bianco scassato parcheggiato sul marciapiede opposto. Segnalano l'auto via radio. Segnalano il passeggero a bordo. Balduccio di Maggio che è con loro in Balena, vede e riconosce il boss. Adrenalina corre.
Le quattro auto meticce degli investigatori si staccano dai marciapiedi e si mettono in scia. Un chilometro di traffico, fino allo slargo del Motel Agip sulla circonvallazione, quando le auto accerchiano, e i ragazzi scendono, bloccano, arrestano, e poi filano via, senza luci, senza sgommate, senza sirene, verso l'approdo della Caserma Bonsignore dove in un minuto si irradia la notizia che allaga le agenzie di stampa e telegiornali.
E' la prima grande vittoria dello Stato, sette mesi dopo i boati di Capaci e poi di via D'Amelio. E' la vittoria di Ultimo e dei suoi ragazzi. E' la vittoria di tutti gli italiani onesti!